“The best NBA player most people never get to see.”
Avete presente il modo di dire “middle of nowhere”? In mezzo al nulla, esatto. Siamo ad Oklahoma City, il più piccolo mercato delle trenta franchigie NBA. Il clima è freddo, a fianco del campo di allenamento dei Thunder c’è una fabbrica di cibo per cani, le attrazioni sono poche e la vita notturna è ben lontana dalle South Beach di turno. Al Ford Center però, circa una quarantina di volte all’anno, va in scena uno spettacolo che in pochi si vogliono perdere: il Kevin Durant show.
“La cosa più difficile da fare in questa Lega è caricarsi una squadra sulle spalle sera dopo sera, specialmente una squadra che vince. Si possono contare sulle dita di una mano i giocatori in grado di fare una cosa del genere. Durant è subito dietro questo gruppo, è l’unica ragione per cui sia dietro è perchè è ancora molto giovane.”
Queste le parole del coach degli Spurs, Gregg Popovich. Una bella investitura per un ragazzo arrivato al terzo anno nella Lega e che solamente il prossimo 29 settembre compirà 22 anni. Ventidue.
Dopo la partita giocata dai Thunder all’AT&T Center di San Antonio (vittoria Spurs ma dopo un tempo supplementare) un giornalista ha chiesto allo stesso Popovich quale giocatore gli ricordasse Durant. “Non lo vedi mai battersi il pugno sul petto, oppure puntare il dito verso qualcuno o dire ‘Guardatemi, guardate quello che ho appena fatto,’. Lui gioca, non esce mai dalle righe ed ha sempre un atteggiamento positivo e rispettoso. Questo è quello che fa Tim Duncan, e in questo senso sono molto, molto simili.”
Kevin Durant cresce a Suitland, Maryland, a circa mezz’ora di macchina da Washington, D.C., con la madre, Wanda, impiegata alle poste e il padre, Wayne, poliziotto. La figura che però gli cambierà la vita è quella di Taras Brown, conosciuto da tutti come Stink, l’allenatore di una delle squadre locali di cui Kevin entra a far parte all’età di 10 anni. Stink è uno di quegli allenatori che si fanno amare con le brutte maniera, un “tough-love type” come lo definiscono loro.
Gli esercizi e gli allenamenti giornalieri a cui Stink sottopone i suoi ragazzi sono massacranti e talvolta cruenti, soprattutto agli occhi di bambini di quell’età, scivolamenti difensivi e sprint in salita sulle colline compresi. Quello che però Durant ricorda ancora oggi è il “Frozen Shot of Death”, l’unico esercizio che lo abbia mai fatto cedere durante i sei anni di duri allenamenti insieme a Stink. Consiste nello sdraiarsi per terra, pancia in su, con un cuscino sotto la testa e nel tenere contemporaneamente una palla medica (quindi decisamente più pesante rispetto ad una normale palla da basket) sul braccio in posizione di tiro, con il gomito piegato.
“Dovevo rimanere in quella posizione per un’ora,” ricorda Kevin, diversi anni più tardi. “Un’ora intera, sapete cosa significa!?” Durante quei giorni, in quelle piccole palestre del Maryland, Kevin acquisisce però la voglia di lavorare e di migliorarsi che ancor oggi porta con sè. “Non ho mai capito a cosa servisse quell’esercizio, ma ora so che sono stati proprio quegli esercizi a fare di me ciò che sono adesso.”
Durant prende sempre il primo bus diretto all’arena nei giorni delle partite. Arriva un’ora prima dell’inizio dell’allenamento e lascia la palestra due ore dopo la fine della sessione, quando tutti i compagni (o quasi) se ne sono già andati. Quando era all’high school spese talmente tanto tempo con la palla da basket in mano che i suoi amici lo prendevano in giro perchè ogni sua maglietta aveva l’alone della palla disegnato sul davanti. “Sono nella Lega da molto tempo ed ho osservato tanti giocatori,” dice il suo compagno Kevin Ollie, “Ma lui è il più preparato che io abbia mai visto.”
Quello che oggi Durant riesce a fare sul parquet ha dell’incredibile, pochi giocatori nella storia della NBA hanno avuto un mix di talento e fisico come il suo. Due metri e sei centrimentri di altezza con delle braccia infinite (36 inches dalla spalla al dito medio, circa 92 cm!) e una fluidità di movimenti che sembrano essere usciti da un videogame. In questi tre anni nella Lega il suo gioco sta continuando a crescere.
Secondo alcune statistiche avanzate, rispetto all’anno scorso, si è decisamente migliorato nell’attaccare il canestro dal palleggio: miglior percentuale nei pressi del canestro (74.0% rispetto al 68.0% di dodici mesi fa), riesce a completere più “and-one”, canestro-e-fallo (3.3% rispetto a 2.8%) facendosi stoppare con meno frequenza (4.2% contro 4.8%).
Inoltre il lavoro estivo sembra aver pagato anche per quanto riguarda il tiro piedi per terra, infatti sempre rispetto alla stagione passata la percentuale di jumpers dalla media distanza è passata dal 35.0% al 46.3%. Lo stesso Brooks ha implementato nel playbook una buona dose di giochi che possano portare Durant, dopo aver preso una serie di blocchi, a prendere un tiro dalla linea del tiro. “My sweet spot,” come dice lui.
I miglioramenti si sono visti anche nella fase difensiva, dove nel passato tendeva invece a faticare più del dovuto, talvolta astenendosi dai suoi compiti. Quest’anno guida la squadra nelle palle rubate, salta con sempre meno frequenza alle finte di tiro degli avversari ed è più presente e reattivo nelle rotazioni e sugli aiuti. Anche i numeri gli danno ragione, l’anno scorso infatti quando era in campo la difesa dei Thunder concedeva in media 8.2 punti in più su 100 possessi. Quest’anno l’effetto è stato ribaltato, con lui in campo la difesa parla di 3.7 punti di media in meno concessi.
Un’altra caratteristica che hanno tutti i grandi giocatori – e quindi anche lo stesso Durant – è quella di riuscire a “rubare” dei particolari movimenti a qualche collega avendoli solamente visti una manciata di volte, in partita oppure attraverso un dvd in una sessione video. Dopo aver lavorato durante l’estate con Tyreke Evans, Kevin ha infatti ha aggiunto al suo arsenale il cosidetto “eurostep” (che nell’NBA viene utilizzato spesso anche da Wade), cioè il terzo tempo fintando di andare da una parte con il primo passo e andando poi da quella opposta con il secondo.
Oppure, se mai avete visto una partita dei Thunder, avrete notato come spesso riesca a procurarsi due tiri liberi andando a tirare “attraverso” le braccia del proprio difensore, inavvertitamente lasciate troppo vicine alle sue. Anche in questo caso si tratta di una furbizia che ha scoperto osservando i vari Reggie Miller, Tim Duncan e Kobe Bryant, maestri di questo fondamentale, se così lo possiamo chiamare.
Durante una delle ultime trasferte sul campo dei Mavs, Durant ha utilizzato questo movimento per prendersi due tiri liberi fondamentali. Jason Terry, rivolgendosi alla panchina in modo sarcastico ha poi esclamato: “Congratulazioni, ecco a voi Michael Jordan.”
Ecco, forse non sarà mai Michael Jordan, ma per i prossimi dieci, quindici anni chiunque vorrà vincere qualcosa a livello NBA dovrà probabilmente passare sulla strada di Kevin Durant.
“Non c’è niente di falso in Kevin, è quello che è,” dice Nick Collison, a 29 anni uno dei veterani dello spogliatoio. “È bello sapere che qualcuno con tutto quel talento e tutte quelle abilità, un ragazzo che è sulle copertine dei giornali da quando aveva 18 anni, vuole solamente giocare a basket e stare insieme ai suoi amici. Non sta cercando di conquistare il mondo o diventare un’icona del marketing mondiale – l’unica cosa che vuole fare è giocare a basket.”
“He just wants to play ball.”
