Poco meno di 50 giorni al Draft NFL, che per gli appassionati come me è un pò come la mattina di Natale. Primo mock stagionale (che per questo comprende solo il primo round, per i prossimi cercherò di ampliarlo con anche il secondo), che arriva subito dopo le combine ed appena prima dell’inizio della Free Agency (che potrebbe poi decisamente cambiare l’esito di alcune scelte).

Let’s pick…

ROUND 1

1. St. Louis Rams – Sam Bradford (QB, Oklahoma)
2. Detroit Lions – Ndamukong Suh (DT, Nebraska)
3. Tampa Bay Buccaneers – Gerald McCoy (DT, Oklahoma)
4. Washington Redskins – Russell Okung (OT, Oklahoma State)
5. Kansas City Chiefs – Eric Berry (S, Tennessee)
6. Seattle Seahawks – Jimmy Clausen (QB, Notre Dame)
7. Cleveland Browns – Joe Haden (CB, Florida)
8. Oakland Raiders – Bruce Campbell (OT, Maryland)
9. Buffalo Bills – Anthony Davis (OT, Rutgers)
10. Jacksonville Jaguars – Jason Pierre-Paul (DE, South Florida)
11. Denver Broncos – Dez Bryant (WR, Oklahoma State)
12. Miami Dolphins – Sergio Kindle (DE/OLB, Texas)
13. San Francisco 49ers – Trent Williams (OT, Oklahoma)
14. Seattle Seahawks – Taylor Mays (S, USC)
15. New York Giants – Rolando McClain (ILB, Alabama)
16. Tennessee Titans – Derrick Morgan (DE, Georgia Tech)
17. San Francisco 49ers – Earl Thomas (S, Texas)
18. Pittsburgh Steelers – Mike Iupati (OG, Idaho)
19. Atlanta Falcons – Kyle Wilson (CB, Boise State)
20. Houston Texans – C.J. Spiller (RB, Clemson)
21. Cincinnati Bengals – Golden Tate (WR, Notre Dame)
22. New England Patriots – Brandon Graham (DE/OLB, Michigan)
23. Green Bay Packers – Bryan Bulaga (OT, Iowa)
24. Philadelphia Eagles – Sean Weatherspoon (OLB, Missouri)
25. Baltimore Ravens – Arrelious Benn (WR, Illinois)
26. Arizona Cardinals – Jermaine Gresham (TE, Oklahoma)
27. Dallas Cowboys – Charles Brown (OT, USC)
28. San Diego Chargers – Dan Williams (DT, Tennessee)
29. New York Jets – Devin McCourty (CB, Rutgers)
30. Minnesota Vikings – Jared Odrick (DT, Penn State)
31. Indianapolis Colts – Bryan Price (DT, UCLA)
32. New Orleans Saints – Carlos Dunlap (DE, Florida)

“The best NBA player most people never get to see.”

Avete presente il modo di dire “middle of nowhere”? In mezzo al nulla, esatto. Siamo ad Oklahoma City, il più piccolo mercato delle trenta franchigie NBA. Il clima è freddo, a fianco del campo di allenamento dei Thunder c’è una fabbrica di cibo per cani, le attrazioni sono poche e la vita notturna è ben lontana dalle South Beach di turno. Al Ford Center però, circa una quarantina di volte all’anno, va in scena uno spettacolo che in pochi si vogliono perdere: il Kevin Durant show.

“La cosa più difficile da fare in questa Lega è caricarsi una squadra sulle spalle sera dopo sera, specialmente una squadra che vince. Si possono contare sulle dita di una mano i giocatori in grado di fare una cosa del genere. Durant è subito dietro questo gruppo, è l’unica ragione per cui sia dietro è perchè è ancora molto giovane.”

Queste le parole del coach degli Spurs, Gregg Popovich. Una bella investitura per un ragazzo arrivato al terzo anno nella Lega e che solamente il prossimo 29 settembre compirà 22 anni. Ventidue.

Dopo la partita giocata dai Thunder all’AT&T Center di San Antonio (vittoria Spurs ma dopo un tempo supplementare) un giornalista ha chiesto allo stesso Popovich quale giocatore gli ricordasse Durant. “Non lo vedi mai battersi il pugno sul petto, oppure puntare il dito verso qualcuno o dire ‘Guardatemi, guardate quello che ho appena fatto,’. Lui gioca, non esce mai dalle righe ed ha sempre un atteggiamento positivo e rispettoso. Questo è quello che fa Tim Duncan, e in questo senso sono molto, molto simili.”

Kevin Durant cresce a Suitland, Maryland, a circa mezz’ora di macchina da Washington, D.C., con la madre, Wanda, impiegata alle poste e il padre, Wayne, poliziotto. La figura che però gli cambierà la vita è quella di Taras Brown, conosciuto da tutti come Stink, l’allenatore di una delle squadre locali di cui Kevin entra a far parte all’età di 10 anni. Stink è uno di quegli allenatori che si fanno amare con le brutte maniera, un “tough-love type” come lo definiscono loro.

Gli esercizi e gli allenamenti giornalieri a cui Stink sottopone i suoi ragazzi sono massacranti e talvolta cruenti, soprattutto agli occhi di bambini di quell’età, scivolamenti difensivi e sprint in salita sulle colline compresi. Quello che però Durant ricorda ancora oggi è il “Frozen Shot of Death”, l’unico esercizio che lo abbia mai fatto cedere durante i sei anni di duri allenamenti insieme a Stink. Consiste nello sdraiarsi per terra, pancia in su, con un cuscino sotto la testa e nel tenere contemporaneamente una palla medica (quindi decisamente più pesante rispetto ad una normale palla da basket) sul braccio in posizione di tiro, con il gomito piegato.

“Dovevo rimanere in quella posizione per un’ora,” ricorda Kevin, diversi anni più tardi. “Un’ora intera, sapete cosa significa!?” Durante quei giorni, in quelle piccole palestre del Maryland, Kevin acquisisce però la voglia di lavorare e di migliorarsi che ancor oggi porta con sè. “Non ho mai capito a cosa servisse quell’esercizio, ma ora so che sono stati proprio quegli esercizi a fare di me ciò che sono adesso.”

Durant prende sempre il primo bus diretto all’arena nei giorni delle partite. Arriva un’ora prima dell’inizio dell’allenamento e lascia la palestra due ore dopo la fine della sessione, quando tutti i compagni (o quasi) se ne sono già andati. Quando era all’high school spese talmente tanto tempo con la palla da basket in mano che i suoi amici lo prendevano in giro perchè ogni sua maglietta aveva l’alone della palla disegnato sul davanti. “Sono nella Lega da molto tempo ed ho osservato tanti giocatori,” dice il suo compagno Kevin Ollie, “Ma lui è il più preparato che io abbia mai visto.”

Quello che oggi Durant riesce a fare sul parquet ha dell’incredibile, pochi giocatori nella storia della NBA hanno avuto un mix di talento e fisico come il suo. Due metri e sei centrimentri di altezza con delle braccia infinite (36 inches dalla spalla al dito medio, circa 92 cm!) e una fluidità di movimenti che sembrano essere usciti da un videogame. In questi tre anni nella Lega il suo gioco sta continuando a crescere.

Secondo alcune statistiche avanzate, rispetto all’anno scorso, si è decisamente migliorato nell’attaccare il canestro dal palleggio: miglior percentuale nei pressi del canestro (74.0% rispetto al 68.0% di dodici mesi fa), riesce a completere più “and-one”, canestro-e-fallo (3.3% rispetto a 2.8%) facendosi stoppare con meno frequenza (4.2% contro 4.8%).

Inoltre il lavoro estivo sembra aver pagato anche per quanto riguarda il tiro piedi per terra, infatti sempre rispetto alla stagione passata la percentuale di jumpers dalla media distanza è passata dal 35.0% al 46.3%. Lo stesso Brooks ha implementato nel playbook una buona dose di giochi che possano portare Durant, dopo aver preso una serie di blocchi, a prendere un tiro dalla linea del tiro. “My sweet spot,” come dice lui.

I miglioramenti si sono visti anche nella fase difensiva, dove nel passato tendeva invece a faticare più del dovuto, talvolta astenendosi dai suoi compiti. Quest’anno guida la squadra nelle palle rubate, salta con sempre meno frequenza alle finte di tiro degli avversari ed è più presente e reattivo nelle rotazioni e sugli aiuti. Anche i numeri gli danno ragione, l’anno scorso infatti quando era in campo la difesa dei Thunder concedeva in media 8.2 punti in più su 100 possessi. Quest’anno l’effetto è stato ribaltato, con lui in campo la difesa parla di 3.7 punti di media in meno concessi.

Un’altra caratteristica che hanno tutti i grandi giocatori – e quindi anche lo stesso Durant – è quella di riuscire a “rubare” dei particolari movimenti a qualche collega avendoli solamente visti una manciata di volte, in partita oppure attraverso un dvd in una sessione video. Dopo aver lavorato durante l’estate con Tyreke Evans, Kevin ha infatti ha aggiunto al suo arsenale il cosidetto “eurostep” (che nell’NBA viene utilizzato spesso anche da Wade), cioè il terzo tempo fintando di andare da una parte con il primo passo e andando poi da quella opposta con il secondo.

Oppure, se mai avete visto una partita dei Thunder, avrete notato come spesso riesca a procurarsi due tiri liberi andando a tirare “attraverso” le braccia del proprio difensore, inavvertitamente lasciate troppo vicine alle sue. Anche in questo caso si tratta di una furbizia che ha scoperto osservando i vari Reggie Miller, Tim Duncan e Kobe Bryant, maestri di questo fondamentale, se così lo possiamo chiamare.

Durante una delle ultime trasferte sul campo dei Mavs, Durant ha utilizzato questo movimento per prendersi due tiri liberi fondamentali. Jason Terry, rivolgendosi alla panchina in modo sarcastico ha poi esclamato: “Congratulazioni, ecco a voi Michael Jordan.”

Ecco, forse non sarà mai Michael Jordan, ma per i prossimi dieci, quindici anni chiunque vorrà vincere qualcosa a livello NBA dovrà probabilmente passare sulla strada di Kevin Durant.

“Non c’è niente di falso in Kevin, è quello che è,” dice Nick Collison, a 29 anni uno dei veterani dello spogliatoio. “È bello sapere che qualcuno con tutto quel talento e tutte quelle abilità, un ragazzo che è sulle copertine dei giornali da quando aveva 18 anni, vuole solamente giocare a basket e stare insieme ai suoi amici. Non sta cercando di conquistare il mondo o diventare un’icona del marketing mondiale – l’unica cosa che vuole fare è giocare a basket.”

“He just wants to play ball.”

La pausa per il weekend dell’ASG è ormai alle porte, la stagione NBA sta facendo il giro di boa. Andiamo quindi a dare un’occhiata a quello che è successo.

Piccola parentesi, sono stati annunciati i roster della partita delle stelle che potete trovare qui. Al Horford al posto di Josh Smith, l’assenza di Chauncey Billups e Chris Kaman, per il resto direi che ci siamo. Da notare le prime volte di: Kevin Durant (che rivedremo su questi palcoscenici per i prossimi 15 anni), Deron Williams (finalmente), Zach Randolph (e il miracolo Memphis), Derrick Rose (stesso discorso fatto per Durant), Gerald Wallace (e il miracolo Larry Brown, l’ennesimo), Rajon Rondo e il già citato Horford.

Tornando a noi e a questa prima metà di stagione. Come prevedibile davanti a tutte ci sono Lakers da una parte e Cavaliers dall’altra che stanno facendo il vuoto nelle rispettive Conference; subito dietro troviamo le solite note Celtics, Magic e Hawks – Nuggets, Mavs, Jazz, Spurs. Le due più grandi sorprese arrivano da Memphis (25-19 al momento in cui scrivo, buono per il seed #7 a Ovest) e Charlotte (22-22, in piena corsa Playoffs pure loro). Detto questo, senza dimenticare di citare le 40 sconfitte in 44 partite da parte dei Nets, andiamo a dare un’occhiata ai Mid-Season Awards.

MVPLeBron James

È possibile migliorarsi dopo una stagione in cui sei stato eletto MVP? Probabilmente sì, almeno secondo il vangelo di LeBron. La sua Cleveland con un record di 36-11 è davanti a tutti nella Eastern, con 5 lunghezze di vantaggio su Boston. Le sue cifre sono francamente disarmanti: 29.6 punti a partita, 7.9 assist (massimo in carriera), 7.2 rimbalzi, 1.5 palle rubate con il 50% dal campo (anche qui, massimo in carriera – su 19 tentativi a serata), il 35% da tre e il 77% dalla lunetta. Secondo miglior marcatore della Lega, nella top10 degli assist, top25 per percentuali dal campo, top15 palle rubate ed ovviamente è il giocatore che è andato più volte in lunetta e che ha segnato più “and-one”, canestri e fallo. Serve altro?
Honorable Mentions: Carmelo Anthony, Kevin Durant, Kobe Bryant

Most Improved PlayerAaron Brooks

Tanti i candidati per questo premio, mi sarebbe piaciuto premiare qualcuno di Memphis come Marc Gasol, Rudy Gay oppure lo stesso Zach Randolph ma non si può negare quello che sta facendo il piccolo Brooks a Houston. Senza Yao e McGrady si pensava ad una stagione di transizione in Texas, invece grazie anche e soprattutto al prodotto di Oregon la banda di coach Adelman è in piena corsa per la post-season. Uscendo dal college si pensava che per via del suo fisico minuto non potesse avere cittadinanza nell’NBA, invece in tre anni ha dimostrato di essere in grado di prendersi una squadra sulle spalle. Career highs in virtualmente ogni categoria statistica: punti (18.7), assist (4.9), rimbalzi (2.4), palle rubate (0.8), FG% (.430) e 3P% (.394).
Honorable Mentions: Marc Gasol, Chris Douglas-Roberts, Danilo Gallinari

Sixth ManCarl Landry

Corsa a due per il premio di sesto uomo dell’anno, tra Landry e Jamal Crawford degli Hawks. Personalmento preferisco il primo per la continuità di rendimento che da ogni sera che scende in campo. Come nel caso del suo compagno Brooks siamo davanti ad una stagione da career highs per il prodotto di Purdue che giocando circa 6 minuti in più a partita rispetto alla scorsa stagione ha quasi raddoppiato la produzione, passando da 9.2 ppg ai 16.2 di quest’anno (tirando con il 55% dal campo). Inoltre va sottolineato come spesso e volentieri sia stato il go-to-guy della squadra nell’ultimo quarto, quando Adelman spesso si affida a lui per vincere le partite. Se andate a vedere le statistiche dei punti segnati nel quarto periodo noterete infatti come tra i vari James, Wade e Anthony ci sia anche il nome di Carl Landry.
Honorable Mentions: Jamal Crawford, Al Harrington, Anderson Varejao

Defensive PlayerGerald Wallace

Era dai tempi di Dennis Rodman che non si vedeva un giocatore alto 6-7 (siamo appena sopra i 2 metri) andare così bene a rimbalzo (siamo sugli 11 di media!). G-Money è lì tra i migliori della Lega e fino a qualche settimana fa era appena dietro a Dwight Howard e Joakin Noah nella speciale classifica. Larry Brown ha modellato i Bobcats con la sua mentalità difensiva trasformandoli in una delle prime difese dell’intera Lega. Tutto questo parte con Wallace che prende sempre l’esterno più pericoloso degli avversari e più di una volta, giocando fuori posizione da power forward, si è trovato a dover battagliare sotto canestro con gente più grossa e forte fisicamente, senza però mollare un centimetro.
Honorable Mentions: Dwight Howard, Josh Smith, Thabo Sefolosha

RookieTyreke Evans

Se dopo un mese di stagione si pensava che il vincitore di questo premio sarebbe stato Brandon Jennings ora, tre mesi dopo, nessuno (tranne forse Stephen Curry) sembra in grado di poterlo strappare dalle mani di Tyreke Evans. Il prodotto di Memphis è arrivato nella Lega con più di un punto di domanda sul suo gioco. La sua risposta è una stagione che se finisse con queste cifre sarebbe ricordata come una delle migliori della storia per un giocatore al primo anno. Se vogliamo trovare infatti un’altra matricola che viaggi a 20 punti, con quasi 5 assist (4.9) e 5 rimbalzi (4.8) a partita dobbiamo scomodore sua maestà LeBron James.
Honorable Mentions: Stephen Curry, Brandon Jennings, DeJuan Blair

CoachLionel Hollins

Criticato per le mosse fatte durante l’estate, Hollins ha zittito tutto e tutti portando i suoi Grizzlies ad un incredibile inizio di stagione. Alzi la mano se qualcuno se li aspettava a quota 25 W e 19 L a questo punto dell’anno. Hollins ha avuto il grande merito di essere riuscito a rivitalizzare un giocatore come Zach Randolph, talento cristallino ma non sempre con la testa sulle spalle; di aver fatto coesistere due talenti offensivi come Rudy Gay e OJ Mayo e di aver partecipato alla costante crescita di Marc Gasol, che piano piano sembra voler ripercorrere il cammino del fratellone Pau. Impressionante sono anche le vittorie di Memphis contro squadre di rango come Magic, Thunder, Spurs, Suns (due volte), Jazz e Blazers. E il FedEx Forum adesso come adesso si sta confermando come una delle arene meno violabili dell’intera Lega.
Honorable Mentions: Larry Brown, Scott Brooks, Rick Adelman

ExecutiveRod Higgins
Premio che è sempre difficile da assegnare, soprattutto prima della deadline del 18 febbraio che potrebbe cambiare molte cose. Al momento però tra tutti lo assegnerei al GM dei Bobcats, che a metà novembre ha portato a casa Stephen Jackson (ed Acie Law) in cambio di Raja Bell e Vladimir Radmanovic. Con S-Jax Charlotte si è assicurata quel giocatore con punti nelle mani dal perimetro che mancava a coach Brown per poter fare il salto di qualità. Sicuramente una mossa che adesso, a due mesi di distanza, sta pagando tutti i suoi frutti.

Alcune delle migliori citazioni di questa decade nel mondo del panorama sportivo americano (e non).

(cit.)

Sammy Sosa (July 24, 2000)
Dopo essere stato informato di aver pareggiato Joe DiMaggio con l’HR numero 361 in carriera: “That’s the guy whose girlfriend was Marilyn Monroe?”

Rich Glas (Nov 27, 2000)
Allenatore della squadra di basket dell’Università di North Dakota (Division II), cercando di motivare i propri giocatori prima della sfida con la numero 4 del ranking, Kansas: “I told our guys, ‘They put their pants on the same way we do. They just pull them up two feet higher.’”

George W. Bush (Jan 7, 2002)
Prima di incontrare il GM degli Arizona Diamondbacks, Joe Garagiola Jr.: “I’m always suspicious of guys who’ve got a famous father.”

Jesse Rogers (April 15, 2002)
Annunciatore radio dei Chicago Cubs, intervistando il reliever Antonio Alfonseca che ha la particolarità di avere sei dita sulle due mani: “Were you born that way?”

Michael Vick (Nov 18, 2002)
QB degli Atlanta Falcons, parlando del suo successo: “I have two weapons – my legs, my arm and my brains.”

Mike Heimerdinger (Feb 23, 2004)
Offensive coordinator dei Tennessee Titans, sul perchè non sia mai stato preso in considerazione per un posto da head coach: “They’re looking for big names, not long names.”

Dennis Rodman vende la sua casa di Newport Beach, Calif., sostenendo che i vicini facciano feste troppo rumorose. (May 31, 2004)

Terry Francona (Aug 16, 2004)
Manager dei Boston Red Sox, parlando di Kevin Youkilis, soprannominato the Greek God of Walks nel libro Moneyball: “I’ve seen him in the shower, and I wouldn’t call him the Greek god of anything.”

Mike Cameron (Aug 1, 2005)
Outfielder dei New York Mets, minimizzando i problemi causati dal sole allo Shea Stadium: “The sun has been there for 500, 600 years.”

Milton Bradley (Sept 5, 2005)
Outfielder dei Los Angeles Dodgers, sul come vorrà essere ricordato: “I want people to say Milton Bradley was a pretty good ballplayer and a pretty good person. Anybody who is going to stand between me getting there, then they need to be eliminated.”

Guy Morris (Oct 10, 2005)
Head coach di Baylor, parlando delle partite punto-a-punto: “Playing close is like showering with your sister. It’s no good.”

Un uomo che si dichiara colpevole di rapina e tentato omicidio chiede di avere 3 anni supplementari alla pena di 30 anni afflittagli dal tribunale per ricordare il numero 33 usato da Larry Bird. (Oct 31, 2005)

Tiki Barber (Nov 6, 2006)
Running back dei New York Giants, dopo aver sentito la notizia che Terrell Owens stava scrivendo un libro per bambini chiamato Little T Learns to Share: “He may be drawing on someone esle’s experiences.”

Teemu Selanne (Nov 27, 2006)
Ala degli Anaheim Ducks, parlando della popolarità dell’hockey in California: “It’s not like back home in Finland or even Canada, where girls wanted my leftover chicken bones from a meal I ate.”

Ichiro Suzuki (June 25, 2007)
Outfielder dei Seattle Mariners, sull’imminente trasferta a Cleveland: “I’m not excited to go to Cleveland, but we have to. If I ever saw myself saying I’m excited going to Cleveland, I’d punch myself in the face because I’m lying.”

Bill Bavasi (July 23, 2007)
GM dei Seattle Mariners, dopo che il presidente David Samson aveva criticato l’estensione da $90 M data a Ichiro Suzuki: “My mother always taught me that if the only thing you have to say is, ‘Screw Dave Samson,’ then don’t say anything at all. So I’m not going to say anything at all.”

Dmitry Tursunov (Dec 17, 2007)
Tennista russo, sulle similitudini tra il suo paese natale e gli USA: “We both owned Alaska at one point.”

Doc Rivers (Feb 11, 2008)
Allenatore dei Boston Celtics, rispondendo alla domanda sui tempi di recupero dell’infortunio subito da Kevin Garnett: “You know Doc’s a nickname, correct?”

Bill Werber (July 28, 2008)
Il più vecchio giocatore delle Major League ancora in vita (morì l’anno dopo, all’età di 100 anni) parlando dei giocatori di oggi: “The hair’s too long. Their beards are too evident. They’re a grubbly-looking bunch of caterwaulers.”

Un allenatore di una squadra di basket liceale del Kansas fu obbligato a smettere di ipnotizzare i suoi giocatori ad ogni allenamento. (Feb 16, 2009)

Una competizione di bodybuiling in Olanda viene cancellata dopo che tutti i competitori se ne vanno all’arrivo dei testi anti-droga. (June 8, 2009)

Ed eccoci arrivato al top del top. Rullo di tamburi…

Channing Crowder (Nov 5, 2007)
Linebacker dei Miami Dolphins, prima della partita contro i Giants giocata a Londra: “I couldn’t find London on a map if they didn’t have the names of the countries… I don’t know what nothing is. I know Italy looks like a boot… I know London Fletcher. He’s black, so I’m sure he’s not from London. I’m sure that’s a coincidental name.”

Prima di questo weekend dedicato alle partite di Wild Card pensavamo di avere qualche certezza relativa al mondo NFL.

Pensavamo che una squadra con un QB (e anche un RB) al primo anno nella Lega non potesse avere successo nella post-season, seppur guidata dalla miglior difesa della nazione; pensavamo che Tony Romo e i Cowboys, a dispetto di quanto fatto quest’anno, si sarebbero ancora una volta sciolti quando contava; pensavamo che gli Eagles con una settimana di tempo avessero modo di trovare le contromisure necessarie per giocarsela contro l’attacco di Dallas; pensavamo che Tom Brady e i Patriots fossero imbattibili in casa durante i Playoffs; pensavamo che uno dei punti di forza di Green Bay fosse quello di vincere la battaglia dei turnover e pensavamo che la passing defense degli stessi Packers (la quinta migliore dell’NFL) potesse tenere a bada i WR di Arizona (se soprattutto privi di Boldin).

Invece è successo tutto quello che pensavamo non sarebbe successo, per l’ennessima volta l’NFL ci ha regalato emozioni e sorprese confermandoci che pensare di avere delle certezze in questo sport, e soprattutto in questo periodo dell’anno, è una cosa completamente sbagliata.

Sabato pomeriggio la banda guidata da Rex Ryan è andata a casa di Cincinnati e per la seconda volta in sei giorni li ha presi a calci nel culo. La partita la dovevano vincere le corse e la difesa, all’ispanico (Mark Sanchez n.d.r.) si chiedeva solamente di non perdere la partita. Risultato? 171 rushing yds guidati dalle 135 del rookie Shonn Greene (che non faceva così bene dalla Week 7 contro i Raiders, o dall’Outback Bowl contro South Carolina); 110 passing yds dei Bengals, con l’ennesima immensa prestazione di Darrelle Revis (tanti saluti a Mr. Asomugha, il miglior CB della Lega adesso vive a New York) che ha ridicolizzato il povero Ochocinco, ancora una volta; e una gara ai limiti della perfezione del buon Sanchez, che mette la palla in aria 15 volte, trovando le mani dei suoi ricevitori in dodici di queste occasioni per 182 yds e 1 TD.

Carson Palmer: 7 anni di NFL, partite di Playoffs 2 – vinte 0.
Mark Sanchez: 5 mesi di NFL, partite di Playoffs 1 – vinte 1.

E pensare che da piccolo Sanchez voleva emulare in tutto e per tutto il suo grande idolo, Carson Palmer.

Finita la partita del Paul Brown Stadium siamo passati al Jerry Jones Stadium dove anche qui è andato in scena un replay della gara di sei giorni prima. Con 27 punti nel secondo quarto Dallas ha ucciso la partita prima ancora che McNabb e gli Eagles si potessero rendere conto di cosa stava succedendo.

Per la quarta volta in stagione la difesa dei Cowboys ha ridicolizzato DeSean Jackson, e per la quarta volta in stagionale senza il suo pericolo numero uno l’attacco di Phila non è stato in grado di muovere il pallone. 40 minuti di possesso contro 20; 9/16 le conversioni di terzi down contro 2/11; 198 rushing yds contro 56 e 4 turnovers contro 1 gli impieotsi numeri che bocciano la squadra di Andy Reid.

Nella giornata di domenica sono arrivate altre due soprese, una più attesa e l’altra un pò meno.

I New England Patriots non perdevano una partita di Playoffs a Foxboro da quando Jimmy Carter era ancora Presidente – dal 1978 – e Tom Brady, davanti al proprio pubblico, non aveva mai perso in carriera durante la post-season. Quest’anno però la truppa di Belichick è entrata in campo e dopo neanche cinque minuti di partita si è trovata sotto di due touchdown, un uno-due degno del miglior Leon Spinks (campione mondiale di pugilato in quel lontano 1978), grazie ad un rushing attack devastante ed una difesa asfisiante che ha messo Brady sotto pressione dal primo all’ultimo minuto.

Dopo il 24-0 di fine primo quarto New England non è più riuscita a rialzarsi e Baltimore ha chiudo incanalato la partita sui binari preferiti: corsa, corsa e poi ancora corsa per far muovere la catena e soprattutto il cronometro, che inesorabile correva verso la fine della stagione (e forse di un ciclo?) per i Patriots.

La quarta ed ultima partita del weekend era in programma a Glendale, Arizona e tutto il mondo si aspettava uno show dai due QB: il veterano Kurt Warner da una parte e il novellino Aaron Rodgers dall’altra.

I due non hanno tradito le attese e complici anche due difese che per 62 minuti (al 63esimo quella dei Cardinals ha deciso di farsi vedere) non sono state praticamente in campo hanno messo in piedi una partita che verrà ricordata per molto tempo. I numeri combinati delle due squadre parlano di 62 primi downs, 1,024 total yds e la bellezza di 13 touchdowns (se vi piacciono le partite difensive state lontani da questa). Warner, che prima della partita ha annunciato che molto probabilmente questa sarà la sua ultima stagione, è stato semplicemente perfetto lanciando più TD (5) che incompleti (4); Rodgers invece dopo un inizio traballante in cui ha forse sentito la pressione dei Playoffs ha giocato un secondo tempo da manuale, che non avrà di certo fatto rimpiangere Favre ai suoi tifosi. 304 yds e 4 TD nella seconda metà di gara, nessuno prima di lui aveva mai fatto una cosa del genere nella storia della post-season NFL.

A fare la differenza nella vittoria dei Cardinals sono però stati i turnovers di Green Bay (e pensare che durante la stagione nessuno aveva avuto un ratio positivo come il loro), ad inizio e fine partita. Rodgers ha lanciato un intercetto nella prima azione della partita e Arizona si è avviata verso un vantaggio di 17-0 dopo il primo quarto. L’altro grande errore è arrivato invece sull’ultimo gioco della partita, all’interno dell’overtime la linea offensiva dei Packs non ha letto un blitz del CB Michael Adams che è arrivato al QB intoccato, causando il fumble che Karlos Dansby ha poi riportato in endzone per la segnatura decisiva che ha chiuso la partita.

Next week: all’RCA Dome di Mr. Manning arrivano Ray Lewis e i suoi soldati; mentre Sanchez tornerà al sole della sua California. Nell’NFC invece si andrà all’interno di due dome che saranno letteralmente on fire, i Cardinals a New Orleans e i Cowboys a Minnesota.

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